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 La Fiat, Marco Brunelli e il Museo Storico Alfa Romeo di Arese

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MessaggioTitolo: La Fiat, Marco Brunelli e il Museo Storico Alfa Romeo di Arese   Dom 30 Dic 2012, 10:41

Milano, 30 dicembre 2012



[ Inchiesta ] – Se volete vedere il museo BMW a Monaco di Baviera, quello Porsche a Stoccarda, o ancora quelli Mercedes, Audi e Volkswagen, sempre in Germania, o persino quello Peugeot, a Sochaux, in Francia, al massimo dovete solo premurarvi di non andarci il giorno di Natale o quello di Capodanno. Per il resto, nessun problema: sarete una delle decine di migliaia di persone che ogni anno visitano uno di questi meravigliosi templi di cultura, storia, tradizione, testimonianza dello sviluppo tecnologico e del progresso industriale di un intero paese.

Se invece volete visitare quello che è stato il museo Lancia di Chivasso, Piemonte, lasciate perdere. E lo stesso dicasi se vi interessa quello che un tempo si chiamava Museo Storico dell’Alfa Romeo di Arese, Lombardia, una ventina di chilometri dal centro di Milano. Dal febbraio 2011 lo spazio espositivo di Arese è miseramente chiuso. Era stato aperto nel 1976, ogni anno garantiva circa 25 mila visitatori: niente male per un paesino alla periferia di Milano, un paesino che un tempo dava lavoro a migliaia di addetti, gli operai e gli impiegati dell’Alfa Romeo proprio di Arese.

A un certo punto, però, l’Alfa Romeo è stata comprata dalla Fiat. Proprio quella casa produttrice di automobili con quel marchio del “biscione” davanti al quale un certo Henry Ford si toglieva il cappello, adesso sembra una reliquia. Soprattutto il suo museo. Venduto, a suo tempo, per una cifra che ora appare ridicola, dieci miliardi e 500 milioni di lire. 250 esemplari originali, attenzione, ripeto, originali: molte vetture presenti nei musei BMW, Porsche e Mercedes sono repliche. No, ad Arese le vetture sono originali.

Solo la 159 di Fangio (ce ne sono due esemplari), quella che ha vinto il primo mondiale di Formula 1, si dice possa valere attorno agli otto milioni di euro. Ma ci sono anche le Alfa che hanno vinto Le Mans, la P2 di Nuvolari, quelle con le quali iniziò la sua storia la scuderia Ferrari, le Alfa del DTM, il campionato turismo tedesco, e tante altre ancora. Tutte insieme valutate in nemmeno sei milioni di euro.

Il Comune di Arese, preoccupato per il disinteresse Fiat nei confronti della struttura museale e ancor più preoccupato di un vero e proprio smembramento della collezione, ha chiesto e ottenuto la tutela da parte del Ministero del Beni Culturali.

La Fiat ha risposto chiudendo, il mese dopo, il museo, adducendo quale motivo ufficiale, lavori di manutenzione, in questo momento inesistenti. Ma anche con un ricorso alla stessa direzione regionale per i Beni Culturali nel quale, si legge:
“…il vincolo è assolutamente sproporzionato… molte autovetture componenti la collezione sono beni chiaramente privi del carattere di rarità… sono stati considerati esemplari unici (le due 159 di Fangio) vetture del tutto identiche nella loro conformazione originaria, la cui differenziazione deriva solo dalla normale esigenza di adattare le autovetture ai diversi circuiti o alla personalizzazione richiesta dal pilota”.

Che, tradotto, vorrebbe dire: queste macchine non valgono niente, chissà poi perché 25 mila persone ogni anno pagavano un biglietto per vederle. E poi la F 2012 di Montecarlo di Alonso non vale niente, visto che è completamente diversa dalla F 2012 che lo stesso Alonso ha utilizzato a Monza. Difficile aggiungere commenti.

E pensare che Luca De Meo, a suo tempo braccio destro di Sergio Marchionne in Fiat, aveva in mente per Arese un nuovo centro stile Alfa Romeo, abbinato a un polo di ricerca universitaria, un centro congressi, un hotel, oltre al rilancio dello stesso museo. Mentre questo museo di proprietà Fiat vive il suo triste oblio, insieme al centro direzionale, più o meno il dieci per cento dell’intera area ex Alfa Romeo, sul restante novanta per cento, venduto dalla casa torinese, è successo di tutto, e proprio in questi ultimi giorni dell’anno.

Due anni fa veniva presentato un piano chiamato “Brunelli”, dal nome del patron della catena di supermercati Iper, che prevedeva la realizzazione di una zona residenziale e di un centro commerciale, più precisamente il centro commerciale più grande d’Europa. Guarda caso Marco Brunelli è lo stesso personaggio che ha trasformato l’area del Portello di Milano, il luogo dove l’Alfa Romeo aveva le sue radici, in uno di quei luoghi ben definiti da Marc Augè un ‘non luogo’, un grande centro commerciale, senza storia, né memoria, né identità, né legami con il territorio. E senza uno straccio di monumento, lapide, lacerto che ricordi l’importanza del sito per la storia industriale italiana.

Brunelli, che evidentemente ha un debole per le aree ex Alfa Romeo, è rimasto in attesa fino a fine ottobre del 2012. A quel punto la giunta tecnica della Regione Lombardia dell’era Formigoni, a poche ore dalle proprie dimissioni, ha approvato rapidamente una sequela di delibere, oltre un centinaio, fra le quali anche il suddetto piano, poi spedito alle amministrazioni interessate per la sottoscrizione.

Il Comune di Lainate (che possiede il 35 per cento dei terreni interessati), dopo una prima seduta sospesa fra insulti, urla, spintoni e pugni, e il Comune di Arese (detto anche “l’ingovernabile”, due sindaci dimissionati in breve tempo, ora retto da un commissario prefettizio, Anna Pavone, Arese che dispone del 43 per cento dei terreni), alla fine hanno votato il loro sì a quel piano.

Curioso come l’accordo di programma attuale riguardi ora solo due Comuni dei quattro all’inizio interessati, c’erano anche Garbagnate e Rho. E la cosa ha fatto dire al sindaco di quest’ultima cittadina, Pietro Romano: “Questo accordo è stato sottoscritto da una Regione dimissionaria, una Provincia in scadenza, un commissario prefettizio non certo espressione della volontà dei cittadini e da un solo consiglio comunale dei quattro inizialmente seduti al tavolo”.

Isabella Bertani – una studentessa di Lainate che sta facendo proprio una tesi sul futuro dell’area ex Alfa Romeo – mettendo a confronto esempi splendidi di recupero di aree industriali (la Ruhr tedesca, Lipsa, Prato, ma anche, guarda caso, il Lingotto di Torino) – ha spiegato che “…non si sono cercati appoggi sovra regionali, non si è cercato di recuperare il museo, non è stato considerato il valore dell’Alfa per l’identità del territorio… si è cercato invece il guadagno immediato, senza lungimiranza”.

Ma sapete come l’85enne Brunelli vorrebbe sostenere il Biscione ad Arese, lo stesso marchio che ha sotterrato al Portello? Cito dal sito QuiArese: “Mi sono incaponito su Arese perché c’è la pista… per accendere l’interesse dell’uomo all’interno dei nostri supermercati abbiamo puntato sui vini, ma ad Arese c’è l’automobile… no, non ci faremo competizioni, ma punteremo su una scuola di guida sicura”.

Mi piace far notare che, negli stessi giorni sulla Gazzetta dello Sport usciva un’intervista a Walter Maria de Silva, prima designer al Centro Stile Fiat di Torino, poi direttore del Centro Stile Alfa Romeo, quindi in Volkswagen dal ’99, direttore del centro stile della casa tedesca dal 2007 con la responsabilità di tutti i marchi del gruppo (sue, per dire, la 156 Alfa e il nuovo Maggiolino VW). De Silva diceva fra l’altro: “Nel gruppo Volkswagen non c’è soltanto rispetto per le persone, ma anche per la storia dei marchi”.
Siamo sicuri che nell’ Italia di oggi si ragioni allo stesso modo?
















Fonte:
http://www.f1passion.it

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